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mercoledì 27 gennaio 2016

PRODURRE LEGAMI PER IL WELFARE CHE VERRA'



































Mauro Magatti  Vita - 15 dicembre 2015



Il welfare è diventato sempre più un tema per funzionari. Logica a cui si è spesso piegato anche il terzo settore che, quanto più è cresciuto, tanto più è diventato dipendente dai trasferimenti, peraltro sempre più ridotti, dell'ente pubblico. Ma il contesto attuale è critico e, osserva Johnny Dotti, bisogna rovesciare la prospettiva, "se non vogliamo finire nelle mani di grandi interessi economici".
Un welfare da difendere o da conquistare? Si potrebbe sintetizzare così il senso della riflessione proposta da Johnny Dotti e Maurizio Regosa nel loro Buono è giusto. Il welfare che costruiremo insieme (Luca Sossella editore, Roma 2015, euro 15).
Da molti anni, chi parla di welfare, lo pensa come una conquista da difendere. Una prospettiva che certamente ha a che fare con una tendenza che dura da tempo: sotto attacco, per i costi e le inefficienze, il sistema di protezione sociale, in Italia come negli altri paesi europei, è stato via via ridimensionato.
Non solo è non tanto dal punto di vista delle risorse economiche disponibili - tema che si dovrebbe approfondire - quanto dal punto di vista delle sue ambizioni e della sua legittimazione sociale. Negli ultimi decenni, a vincere è stata l'idea di individuo consumatore che interpreta anche il welfare e i suoi servizi come un qualunque altro comparto economico. Una prospettiva che ha fatto esplodere la domanda, a cui si è cercato di rispondere non più solo con lo stato ma anche - è sempre di più - col mercato.
Per cercare di opporsi alla controffensiva antiwelfare - cominciata già alla fine degli anni 70 - molti suoi difensori hanno ritenuto che si dovesse mettere mano alla sua efficientizzazione. L'unica via per difendere il sistema della sicurezza sociale - questa è stata l'idea - è dimostrare che il welfare non è un rubinetto che perde: c'è un modo intelligente di organizzarlo che permette di non sciupare risorse sempre più scarse (senza che mai nessuno si dia ansia di spiegare il perché). E allora via con i tagli, i controlli, le procedure. Nella speranza di far quadrare il cerchio tra le esigenze di una crescita che vogliamo illimitata e le necessità della protezione sociale.
Il risultato è stato che
 "il welfare è diventato sempre più un tema per specialisti. Per funzionari di un sistema che ha prima di tutto il compito di funzionare. E di essere efficiente. Logica a cui si è spesso piegato anche il terzo settore, che, quanto più è cresciuto, tanto più è diventato dipendente dai trasferimenti, peraltro sempre più ridotti, dell'ente pubblico.

Non si tratta evidentemente di disprezzare un tema importante quale l'uso appropriato delle risorse disponibili. La questione riguarda invece la natura stessa del welfare, la sua vocazione, il suo senso. E per questa via, il suo fondamento.
Sorprende che lungo questa deriva l'interesse per il welfare e il suo consenso abbia cominciato a vacillare? E che proprio questa disaffezione abbia alla fine fatto il gioco di chi nel welfare non ha mai creduto?
Devono essere stati questi i pensieri di Dotti e Regosa nel momento in cui hanno deciso di scrivere questo loro libro su un welfare buoni e giusto: almeno a giudicare dell'approccio al problema che gli autori propongono.
 "Nel testo, il welfare viene infatti proposto fondamentalmente come un investimento nel legame sociale, premessa e obiettivo di ogni sistema che mira a creare una efficace protezione delle persone e delle comunità. Perché è solo il legame sociale che è in grado di dare risposta alla diffusa domanda di sicurezza e di benessere presente nelle nostre società.

In tale prospettiva, il welfare, prima di essere un sistema da organizzarsi in maniera efficiente e a costi inferiori, era e rimane la fucina delle relazioni sociali di una società avanzata, attraverso il quale il legame sociale può essere concretamente riprodotto e sperimentato.
Il cambio dj prospettiva è netto. Non si tratta di mettere pezze su un tessuto logoro. Si tratta invece di riscoprire la natura più intima di questa preziosa infrastruttura sociale, natura che oggi appare molto contraddittoria.
Mettere a tema il legame sociale cambia tutto.
Cambia la natura dei servizi che vengo offerti. Perché ciò che si mette in campo ha prima di tutto il compito di valorizzare il legame sociale. Non per ridurre i costi. Ma nella consapevolezza che senza questa dimensione diventa difficile qualunque protezione.
In secondo luogo, il legame sociale si porta dietro una questione di senso. Di senso della società nella quale viviamo, ma anche di senso della nostra vita. Perche senza questo presupposto il welfare è destinato a sfasciarsi, privo di radici, di significati, di emozioni.
Infine, sul piano politico ed economico, laddove una diversa idea di welfare e un tassello fondsmentale per ripensare la crescita economica e il consenso sociale.
E da questa prospettiva che i due autori arrivano ad offrire uno sguardo nuovo sui temi di cui si sente parlare tutti i giorni. Arrivando a fare proposte innovative.
È questo uno dei leitmotiv del libro: l'atteggiamento difensivo va abbandonato per abbracciare la prospettiva della innovazione. Istituzionale, prima di tutto: le forme che abbiamo ereditato non bastano più perché le nostre condizioni dI vita sono cambiate. E allora il welfare non può essere incapsulato nel suo, seppur glorioso, passato, ma va rilanciato coraggiosamente verso il futuro.
Culturale, poi. Perché solo mettendo in discussione l'etica individualista e consumerista sarà possibile un rilancio del welfare. Un obiettivo che può essere raggiunto se si svilupperà un nuovo modello nella direzione di quei beni comuni visti come un modo concreto per declinare il tema del legame sociale.
"L'indicazione è dunque cogente: se, dicono i due autori, non vogliamo finire nelle mani di grandi interessi economici che vedono nella protezione un grande business del futuro, occorre un'idea di bene comune che produca beni comuni.

In un grande progetto di innovazione che solo in Europa, e in Italia in modo particolare, possiamo realizzare.
È questo perché solo nel vecchio continente abbiamo una eredità così preziosa. Che non va solo salvaguardata ma anche costantemente ripensata e ricostruita.


lunedì 27 aprile 2015

NUOVA FRONTIERA DELLA VACANZA COLLABORATIVA



Ospitando si ricevono "notti" da poter spendere facendosi ospitare da un altro utente di Nightswapping, la startup nata in Francia poco più di due anni fa che vuole rivoluzionare il turismo collaborativo.
Quante notti hai in portafoglio? Non è una domanda peregrina. Sono le notti, infatti, la moneta virtuale per una startup che si occupa di viaggi e turismo. Nata in Francia nel 2012 con sedi a Parigi e Lione, NightSwapping è uno degli ultimi esempi di sharing economy che nel giro di un paio di anni ha coinvolto decine di migliaia di persone e che, approdata lo scorso anno in Italia, è un fenomeno in espansione. Eletta nel corso del 2014 come startup dell’anno dalla prima edizione di Next Tourisme  , è stata nominata nel 2015 al Travel d’Or nella categoria del turismo collaborativo. A fondarla due anni fa Serge Duriavig che, dopo un’esperienza pluriennale in Smartbox dove ha sviluppato un’esperirenza nell’universo del turismo, durante una cena con amici ha iniziato a pensare a come innovare il concetto dello scambio casa e così per rispondere al desiderio di viaggiare immergendosi nella cultura dei luoghi è nata NightSwapping. Che ha un’ambizione «diventare nel giro dei prossimi cinque anni leader mondiale nell’intermediazione dei viaggi tra privati» confida Duriavig.
Ma che cosa è esattamente NightSwapping e in cosa si distingue da esperienze analoghe come Airbnb o dagli scambi casa? Innanzitutto con Nightswapping non si chiede la reciprocità come nel tradizionale scambio casa, inoltre, chi mette a disposizione la casa, piuttosto che la stanza degli ospiti, può essere presente o meno, ma non viene pagato dalla persona ospitata. In cambio nel suo portafoglio riceve delle “notti” che a sua volta potrà spendere andando a casa di un altro utente di Nightswapping. E se non si ha una casa in grado di ospitare qualcuno o non si ha una stanza per gli ospiti non si è tagliati fuori dal meccanismo. «È possibile acquistare delle notti che vanno da 4 a 49 euro a seconda della valutazione», conferma Clara Costa, responsabile comunicazione per l’Italia di NightSwapping. «Una volta che ci si iscrive alla community si può scegliere un luogo e pagare la stanza, chi ospita avrà un credito di notti che potrà spendere per farsi ospitare». Insomma, un meccanismo che non lascia fuori nessuno e perfettamente legale tengono a sottolineare a Nightswapping. «Ma il bello è entrare a far parte della community ospitando e accumulando notti da spendere» osserva Costa. E che piace sempre di più. «Al momento abbiamo circa 60mila membri e 11mila alloggi censiti, siamo presenti in 150 Paesi. L’85% degli scambi avviene in Europa, un 10% con gli Usa. Gli italiani poi sono in netta espansione: in un anno sono diventati il 13% degli utenti, mentre il 19% degli alloggi offerti è nel BelPaese» conferma Clara Costa.
Questo modo di viaggiare piace ai nostri connazionali che sul portale di NightSwapping raddoppiano ogni mese. E in vista dell’estate arriverà anche un’app
La possibilità di viaggiare è per tutti, spiega ancora Clara Costa «quando inserisco una camera o un appartamento, devo rispondere a una serie di domande che vanno dalla superficie alle sue condizioni, al numero di posti letto, ma anche dire se voglio o no fumatori, animali domestici e naturalmente se la camera o l’appartamento è accessibile alle persone con disabilità». Esiste poi un servizio qualità che controlla le foto e la coerenza delle informazioni per la validazione dei profili e convalidano gli scambi «la fiducia è fondamentale si basa anche sui feedback: che uno ospiti o che sia ospitato viene chiesta un’opinione sull’esperienza» conclude Clara Costa.

giovedì 16 aprile 2015

BOERI: GLI ABITANTI CONTANO PIU' DELLE CASE



Invitato al festival che si tiene a Lucca, il grande architetto spiega come il problema delle periferie non sia un problema edilizio. «Ci vuole più coraggio e più attenzione ai bisogni e alle aspettative delle persone»
Interverrà questa sera, via streaming, al Festival del Volontariato iniziato oggi a Lucca. Stefano Boeri è stato chiamato a parlare del tema che è stato al centro della sua riflessione e del suo lavoro in questi ultimi anni: “Testimoni della realtà – Disegnare città inclusive”. Architetto, premiato quest’anno per aver progettato con il Bosco verticale a Milano, quello che è stato ritenuto il miglior grattacielo al mondo costruito nel 2014, Boeri è un grande mobilitatore culturale, che ha sempre cercato di costruire legami tra chi fa la sua professione e i soggetti sociali che con più intelligenza cercano di pensare nuovi modelli di convivenza. Sarà questo il tema del suo intervento.
Da architetto, come spiega il degrado sociale che stanno vivendo tante periferie delle grandi città italiane?
Me lo spiego con il fatto che il problema delle periferie è sempre stato visto solo come questione edilizio-urbanistica. Invece bisogna procedere in modo completamente diverso, e costruire politiche dell’abitare che mettano insieme il sapere sociale e il sapere sugli spazi. Non è solo un problema politico. È una questione culturale. Il problema delle periferie oggi non è un problema edilizio.
In che senso?
Che oggi c’è bisogno di coraggio e di innovazione. Sono processi che vanno pensati senza tabù. Ad esempio, non si può tralasciare il tema della sicurezza, che assilla chi abita oggi le periferie. Non sono le ronde la soluzione, ma non si può far finta di niente. Ci sono esperienze a Milano, in zona Chiesa Rossa, di abitanti che volontariamente, a mani nude, fanno operazione di controllo di scale e scantinati, per tranquillizzare gli inquilini più fragili. Sono forme di prevenzione su furti e microcriminalità. Le città sono fatte da abitanti prima ancora che da abitazioni. Bisogna iniziare a prendersi più cura di loro.
In senso concreto cosa significa?
Ad esempio: ormai ci sono tanti spazi commerciali vuoti anche nelle periferie. Perché non farli essere luoghi per favorire una piccola imprenditoria diffusa. Negli Stati Uniti sta funzionando moltissimo l’autorganizzazione sulla riparazione di oggetti. È una cosa che con Celentano avevo proposto di lanciare anche per Milano. Ma il riuso è una tendenza che va cavalcata e può aprire opportunità in particolare nelle periferie.
C’è poi anche la dimensione estetica su cui lavorare…
Certo. E l’esperienza di Tirana dove il sindaco ha invitato tutti a colorare le case e gli edifici è interessante. Un modo per sconfiggere il grigiore che così spesso affligge le città e soprattutto chi le abita. Poi c’è il tema delle piazze. Sono luoghi importanti e spesso sono state sacrificati a snodi di traffico anziché a luoghi di relazione e di incontro. Sono spazi pubblici che hanno la loro bellezza nell’essere imprevedibili. Pensate al successo di piazza Gae Aulenti nella nuova down town di Milano. Poteva essere un luogo asettico tra grattacieli frequentati da bancari e banchieri, invece è un luogo vivo, dove incontri di tutto. Un successo che dal punto di vista di un urbanista sarebbe stato imprevedibile…