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mercoledì 27 gennaio 2016

PRODURRE LEGAMI PER IL WELFARE CHE VERRA'



































Mauro Magatti  Vita - 15 dicembre 2015



Il welfare è diventato sempre più un tema per funzionari. Logica a cui si è spesso piegato anche il terzo settore che, quanto più è cresciuto, tanto più è diventato dipendente dai trasferimenti, peraltro sempre più ridotti, dell'ente pubblico. Ma il contesto attuale è critico e, osserva Johnny Dotti, bisogna rovesciare la prospettiva, "se non vogliamo finire nelle mani di grandi interessi economici".
Un welfare da difendere o da conquistare? Si potrebbe sintetizzare così il senso della riflessione proposta da Johnny Dotti e Maurizio Regosa nel loro Buono è giusto. Il welfare che costruiremo insieme (Luca Sossella editore, Roma 2015, euro 15).
Da molti anni, chi parla di welfare, lo pensa come una conquista da difendere. Una prospettiva che certamente ha a che fare con una tendenza che dura da tempo: sotto attacco, per i costi e le inefficienze, il sistema di protezione sociale, in Italia come negli altri paesi europei, è stato via via ridimensionato.
Non solo è non tanto dal punto di vista delle risorse economiche disponibili - tema che si dovrebbe approfondire - quanto dal punto di vista delle sue ambizioni e della sua legittimazione sociale. Negli ultimi decenni, a vincere è stata l'idea di individuo consumatore che interpreta anche il welfare e i suoi servizi come un qualunque altro comparto economico. Una prospettiva che ha fatto esplodere la domanda, a cui si è cercato di rispondere non più solo con lo stato ma anche - è sempre di più - col mercato.
Per cercare di opporsi alla controffensiva antiwelfare - cominciata già alla fine degli anni 70 - molti suoi difensori hanno ritenuto che si dovesse mettere mano alla sua efficientizzazione. L'unica via per difendere il sistema della sicurezza sociale - questa è stata l'idea - è dimostrare che il welfare non è un rubinetto che perde: c'è un modo intelligente di organizzarlo che permette di non sciupare risorse sempre più scarse (senza che mai nessuno si dia ansia di spiegare il perché). E allora via con i tagli, i controlli, le procedure. Nella speranza di far quadrare il cerchio tra le esigenze di una crescita che vogliamo illimitata e le necessità della protezione sociale.
Il risultato è stato che
 "il welfare è diventato sempre più un tema per specialisti. Per funzionari di un sistema che ha prima di tutto il compito di funzionare. E di essere efficiente. Logica a cui si è spesso piegato anche il terzo settore, che, quanto più è cresciuto, tanto più è diventato dipendente dai trasferimenti, peraltro sempre più ridotti, dell'ente pubblico.

Non si tratta evidentemente di disprezzare un tema importante quale l'uso appropriato delle risorse disponibili. La questione riguarda invece la natura stessa del welfare, la sua vocazione, il suo senso. E per questa via, il suo fondamento.
Sorprende che lungo questa deriva l'interesse per il welfare e il suo consenso abbia cominciato a vacillare? E che proprio questa disaffezione abbia alla fine fatto il gioco di chi nel welfare non ha mai creduto?
Devono essere stati questi i pensieri di Dotti e Regosa nel momento in cui hanno deciso di scrivere questo loro libro su un welfare buoni e giusto: almeno a giudicare dell'approccio al problema che gli autori propongono.
 "Nel testo, il welfare viene infatti proposto fondamentalmente come un investimento nel legame sociale, premessa e obiettivo di ogni sistema che mira a creare una efficace protezione delle persone e delle comunità. Perché è solo il legame sociale che è in grado di dare risposta alla diffusa domanda di sicurezza e di benessere presente nelle nostre società.

In tale prospettiva, il welfare, prima di essere un sistema da organizzarsi in maniera efficiente e a costi inferiori, era e rimane la fucina delle relazioni sociali di una società avanzata, attraverso il quale il legame sociale può essere concretamente riprodotto e sperimentato.
Il cambio dj prospettiva è netto. Non si tratta di mettere pezze su un tessuto logoro. Si tratta invece di riscoprire la natura più intima di questa preziosa infrastruttura sociale, natura che oggi appare molto contraddittoria.
Mettere a tema il legame sociale cambia tutto.
Cambia la natura dei servizi che vengo offerti. Perché ciò che si mette in campo ha prima di tutto il compito di valorizzare il legame sociale. Non per ridurre i costi. Ma nella consapevolezza che senza questa dimensione diventa difficile qualunque protezione.
In secondo luogo, il legame sociale si porta dietro una questione di senso. Di senso della società nella quale viviamo, ma anche di senso della nostra vita. Perche senza questo presupposto il welfare è destinato a sfasciarsi, privo di radici, di significati, di emozioni.
Infine, sul piano politico ed economico, laddove una diversa idea di welfare e un tassello fondsmentale per ripensare la crescita economica e il consenso sociale.
E da questa prospettiva che i due autori arrivano ad offrire uno sguardo nuovo sui temi di cui si sente parlare tutti i giorni. Arrivando a fare proposte innovative.
È questo uno dei leitmotiv del libro: l'atteggiamento difensivo va abbandonato per abbracciare la prospettiva della innovazione. Istituzionale, prima di tutto: le forme che abbiamo ereditato non bastano più perché le nostre condizioni dI vita sono cambiate. E allora il welfare non può essere incapsulato nel suo, seppur glorioso, passato, ma va rilanciato coraggiosamente verso il futuro.
Culturale, poi. Perché solo mettendo in discussione l'etica individualista e consumerista sarà possibile un rilancio del welfare. Un obiettivo che può essere raggiunto se si svilupperà un nuovo modello nella direzione di quei beni comuni visti come un modo concreto per declinare il tema del legame sociale.
"L'indicazione è dunque cogente: se, dicono i due autori, non vogliamo finire nelle mani di grandi interessi economici che vedono nella protezione un grande business del futuro, occorre un'idea di bene comune che produca beni comuni.

In un grande progetto di innovazione che solo in Europa, e in Italia in modo particolare, possiamo realizzare.
È questo perché solo nel vecchio continente abbiamo una eredità così preziosa. Che non va solo salvaguardata ma anche costantemente ripensata e ricostruita.


giovedì 2 aprile 2015

DESIO - "Ex ITIS" - DA SCUOLA A ABITARE SOLIDALE EQUO SOSTENIBILE



Dopo l’incontro di ieri sera, primo aprile, presso l’auditorium messo gentilmente a disposizione dalla Cooperativa Pro Desio, alla presenza di diverse associazioni della città, il progetto di “gruppo di acquisto” dell’immobile comunale di via Manzoni “Ex ITIS” ha assunto le vesti dell’ufficialità.
Cohouses APS, promotrice dell’iniziativa, intende elaborare un progetto condiviso in grado di affrontare in modo innovativo le forme dell’abitare e cercare risposte originali ai nuovi bisogni generati dalla crisi.

Nuovi scenari, nuovi bisogni, nuove risposte:
La grave crisi che stiamo attraversando, così densa di rischi ed incognite e che probabilmente non lascerà niente com’era prima che iniziasse, può rappresentare “un’opportunità per dare una svolta nel senso del cambiamento al modello sociale che finora abbiamo sperimentato” (Albert Einstein), permettendo al principio di sussidiarietà e a quello di solidarietà ,di farsi prassi buona, concreta e diffusa, e valorizzando le importanti risorse materiali e immateriali che esistono nel nostro Paese.

… La strada innovativa da percorrere va, piuttosto, nella direzione della creazione di forme nuove di alleanza e mutualità, a livello locale, capaci di  sfruttare le pressioni oggi esistenti verso una riorganizzazione del sistema di protezione  nella direzione di un rilancio della capacità di ri-tessitura dei legami sociali diffusi…                    (Johnny Dotti – Crescita e rigenerazione dei beni di comunità)

    Promuovere nuove forme dell’abitare focalizzate sulla coesione tra le persone e le famiglie, prima ancora che sulla casa, in grado di attivare un nuovo welfare generativo di comunità: 
  riduzione della frammentazione; attivazione di risorse flessibili e multidimensionali; attivazione di nuove forme di socialità e mutualità; prevenzione del disagio; processi di autonomia e inclusione sociale;  ritessitura dei legami e responsabilizzazione della comunità; attenzione agli aspetti ambientali e culturali – senso di appartenenza e benessere per la comunità  

Il progetto:
Realizzare un luogo dell’abitare solidale equo sostenibile dove le generazioni e le culture possano integrarsi pienamente e generare un nuovo welfare comunitario: abitare anziani; abitare fragile; abitare famiglia; abitare giovane.
Un luogo dove non solo sia possibile la condivisione di spazi ma anche e soprattutto condividere  valori e nuove forme di reciprocità sociale fondate su uno spirito comunitario. Co-progettare e realizzare un’esperienza sociale complessa in grado di superare le tradizionali barriere del vivere quotidiano - per esempio, la netta divisione tra lavoro, tempo libero e famiglia - e diventare piattaforma progettuale per nuove forme di legame sociale.

Obiettivi tecnici e socio-economici:
·        Solidarietà: Generare occupazione dando risposta al bisogno di abitare; generare coesione sociale (inclusione, intergenerazionalità, interculturalità), dare nuove forme di risposta all’abitare degli anziani, dei portatori di disabilità, delle famiglie mature e giovani; 
·       Equità: equa remunerazione del lavoro, disintermediazione della filiera, low profit, alloggi a prezzi equi (low cost).   
·       Sostenibilità: Rigenerazione e riuso di immobili e spazi esistenti; uso di fonti energetiche rinnovabili; classe A; raccolta e riuso acqua piovana; promozione di stili di vita sostenibili; risparmio condiviso;    

 Alcuni dati:
Immobile “ex ITIS” – scuola civica della musica; zona semicentrale del comune di Desio. Superficie lorda di pavimento massima ammissibile mq 5.200,00

Ipotesi riuso: Abitare solidale equo sostenibile.
Tipologie residenziali e utenze: circa 70 alloggi
  • Tipo “A” - mq 100 slp - 38% - Famiglie numerose, mamme di giorno, famiglie solidali, alloggi studio;
  • Tipo “B” mq 75 slp – 43% -  Coppie, piccole famiglie, alloggi studio;
  • Tipo “C” mq 50 slp – 19%. – Single, padri separati con figli, dopo di noi (portatori di disabilità), anziani (autosufficienti e non), alloggi studio.

Servizi:
Edificio/alloggi protetti: assistenza domiciliare, assistenza sanitaria, prevenzione sanitaria, locali protetti; living room; lavanderia/stireria comune; utensileria; co-working; eco-club; orto delle erbe aromatiche; cucina – sala ristorazione/multiuso; palestra;

Attività condivise per l’abitare solidale equo sostenibile:
Banca del tempo; adotta un nonno; adotta un nipote; mamme di giorno; gruppo di acquisto solidale; auto mutuo aiuto; home-restorant; car-sharing; sport insieme; tempo libero; sostegno scolastico; bottega dei mestieri; Bookcrossing; 

Modalità di attuazione: Condivisione del progetto culturale con le associazioni del territorio; Raccolta idee, proposte, stimoli, suggerimenti, istanze, bisogni, soluzioni; Revisione del progetto iniziale a cura di Cohouses;
Costituzione di gruppo di acquisto di utenti privati in forma cooperativa.

Attori:
Il promotore: 
Cohouses Aps con sede legale in Desio - via Pozzo Antico, 60. Associazione di Promozione Sociale nata nel 2014 con l’obiettivo di promuovere impresa e lavoro nel settore dell’abitare solidale equo e sostenibile. Promuovere comunità collaboranti, gruppi di acquisto solidali, orti sociali, sport, cultura, turismo esperienziale.

Sviluppo e gestione: 
Cohouses Servizi per l’abitare, si occuperà dello sviluppo  dell’iniziativa.  Coordinerà i percorsi facilitati di approfondimento, conoscenza e co-progettazione condivisa. Coordinerà la fase progettuale urbanistico-architettonica, gli appalti le forniture e la realizzazione degli alloggi e dei servizi. Coordinerà i progetti integrati di gestione sociale. Assisterà e accompagnerà gli abitanti verso l’autonomia gestionale. 
Studio Architettura Davide Prandin.
Cohouses produzione e lavoro si occuperà della realizzazione degli edifici in collaborazione con imprese, artigiani e fornitori.     

Utenti privati: Insieme degli utenti interessati all’acquisto degli alloggi in qualità di fruitori finali.

Sponsor culturali: Insieme delle associazioni, fondazioni e soggetti pubblici che condividono la missione e la vision dell’abitare solidale equo sostenibile come strumento di welfare e innovazione sociale. Sono sponsor culturali coloro che si rendono altresì disponibili ad adottare una o più iniziative di promozione culturale del progetto (es. conferenze). 

Partner tecnici: Insieme dei soggetti coinvolti e/o interessati a condividere lo sviluppo dei progetti, la realizzazione e gestione dei servizi e delle attività sociali di comunità. 

Partner finanziari: Insieme dei soggetti disponibili, previa verifica delle condizioni e delle garanzie ad erogare mutui e linee di credito per lo sviluppo e realizzazione del progetto.

sabato 21 febbraio 2015

CRESCITA E RIGENERAZIONE DEI BENI DI COMUNITA'









Johnny Dotti  Imprenditore sociale






La grave crisi che stiamo attraversando, così densa di rischi ed incognite e che probabilmente non lascerà niente com’era prima che iniziasse, può rappresentare “un’opportunità per dare una svolta nel senso del cambiamento al modello sociale che finora abbiamo sperimentato” (Albert Einstein), permettendo al principio di sussidiarietà e a quello di solidarietà ,di farsi prassi buona, concreta e diffusa, e valorizzando le importanti risorse materiali e immateriali che esistono nel nostro Paese. E che esistono anche in una città come Bergamo.
Sinteticamente possiamo delineare la crisi con quattro facce. Politica, Economica, Sociale, Antropologica.
Sul versante politico e’ evidente da tempo come la democrazia sia alla ricerca di nuove dimensioni che ne rianimino la partecipazione . Voto e fiscalità generale , straordinari vettori di democrazia negli ultimi duecento anni, non bastano più’ a generare un senso di appartenenza e di partecipazione fra le persone.

E’ come se raggiunto un maggior grado di libertà individuale avessimo bisogno di trovare nuove forme plurali per esprimerci, con degli accenti qualitativi e non solo quantitativi.
L’economia come massimizzazione del profitto, ed in tal senso come pratica estesa ad ogni attività umana ha visto il suo collasso nel 2008. E’ necessario trovare una strada che non si fondi più’ su un idea infinita di risorse che attivano una produzione infinita di beni sostenuta da consumi infiniti attraverso debiti infiniti. La lezione in corso e’ pesante in termini di conseguenze sulle persone , ma potrebbe essere l’alba di un sistema economico maggiormente orientata ad un valore condiviso e plurale.
Assistiamo da tempo ad un mondo che si fa sempre piu' piatto nelle relazioni sociali, ma paradossalmente piu' ingiusto e anomico. Come si produce l'autorità in un mondo piatto, in cui la tecnologia sembra essere la condizione di un linguaggio di eguaglianza.? Abituati ad un mondo verticale assistiamo allo spaesamento di un mondo orizzontale. Eppure potrebbero essere i tempi in cui il principio di fraternità possa trovare le sue prime forme sociali compiute. Nuove istituzioni. Cosa c'e' oltre la" morte del padre"? Nuove tirannie o nuove e vitali forme di fratellanza?
Anche la stagione dell' espansione illimitata dell'io sembra al termine, un io onnivoro poliforme sempre alla ricerca di nuove emozioni. Una dimensione antropologica che ha frantumato ogni legame in nome di una autorealizzazione che non si realizza mai. Un desiderio che si fa pura consumazione di godimento. Alla fine ci consegna persone sempre piu' isolate e depresse. Che non sanno che farne della loro libertà. E' forse giunto il tempo di una esperienza piu' consapevole e gioiosa dell' essere il tu dell'altro? Dell' essere un noi? Di un esperienza piu' armonica di se' e quindi comprensiva dell'alterita?
Quello che e’ certo e’ che senza un nostro contributo fattivo, una ricerca comune che risponda a questi grandi quesiti che stanno informando la trasformazione in corso, ci troveremo sempre più marginalizzati in un mondo che si è fatto più’ piccolo.
Questi brevi accenni spero ci introducano a descrivere un percorso, un compito per questo tempo. Compito delle persone singolari e plurali, delle piccole comunità e delle città. Compito affascinante che ci consegna un impegno di benedizione in questo tempo. Un impegno per noi e per le generazioni future.con la certezza che da qualsiasi parte lo si prenda si dovrà fare i conti con le altre componenti del problema. Perche' questo e' un tempo che richiede di ritrovare una visione di insieme, anche se non totalitaria. E' un tempo che richiede di connettere spazi, ambiti, pensieri e competenze che si erano separate. E' un tempo buono ed e' il nostro tempo.
E' per questo che di fronte a cosi' grandi sfide e' giusto parlare di modello italiano. Perche' nel momento della rigenerazione i territori Italiani, e la bergamasca non fa eccezzione, hanno sempre trovato idee, persone e risorse impensabili. Questo e’ il compito che riguarda il tempo presente, che ci riguarda.
Il “modello italiano” da troppo tempo negletto e subalterno rispetto ad altri, quello anglosassone o quello dell’Europa del Nord,  presenta certamente delle patologie, come la pervicace resistenza al cambiamento e all’innovazione, il familismo amorale, che lo porta a far prevalere le relazioni parentali rispetto alle competenze, il localismo e campanilismo regressivi, il corporativismo, ma al contempo anche grandi qualità e virtù che altrove mancano, come la vocazione all’apertura e all’accoglienza, la valorizzazione dei rapporti e del contatto, il bisogno di contiguità, la capacità di esaltare i profili positivi della vita, il gusto estetico, la capacità di coniugare il particolare, la comunità locale con l’universale.
Alla luce della considerazione iniziale e proprio per fare di un momento di difficoltà un’occasione di crescita e di cambiamento non anarchico, ma governato ed indirizzato verso un percorso consapevolmente scelto, vorremmo contribuire a riproporre il modello italiano, in una forma, ovviamente, aggiornata e corretta, come pietra angolare su cui rifondare la struttura societaria della comunità nazionale, e delle comunità territoriali, a partire dall’ambito più cruciale, cioè quello del welfare e, più in generale, dei beni di comunità. Dai beni culturali all’educazione, dai beni ambientali ai trasporti locali. Questo è il momento da cogliere per avviare una stagione di innovazione istituzionale, centrata proprio sui beni di comunità, parte integrante del modello italiano, e suo autentico patrimonio competitivo, che sconfigga i grandi nemici dello statalismo pervasivo che ne soffoca la vivacità, e dell’individualismo radicale che mina le basi della socialità.
Si tratta, più precisamente, di superare la dicotomia pubblico/privato ancora dominate nella rete di protezione sociale, per sviluppare un sistema che faccia spazio al “terzo pilastro”, all’economia civile, consentendo una coabitazione armoniosa e proficua tra tutti gli attori. Per fare ciò, bisogna costruire nuove forme di alleanza e mutualità, per rilanciare le capacità di ritessitura dei legami sociali che si vanno allentando, lavorando sia sul lato della domanda di tutele, attraverso il contrasto alla pura e semplice privatizzazione dei servizi, sia su quello dell’offerta, con il sostegno a nuove forme di ricomposizione del risparmio e dell’assicurazione secondo basi neo-mutualistiche.
In Italia il tormentato rapporto con i valori della modernità è la ragione profonda delle patologie a cui rimane esposto che determinano una  diffusa resistenza al cambiamento e all’innovazione: il familismo amorale, che fa prevalere la relazione sulla competenza; il localismo regressivo, che si illude di potersi isolare dal mondo; il corporativismo risorgente che finisce per ipostatizzare il gruppo a danno dell'individuo e della collettività, fino ad arrivare alla mafiosità, che non riconosce il valore dell’istituzione.
Eppure, in un’epoca di grande travaglio storico come quella nella quale stiamo vivendo, tale modello – sepolto sotto le macerie di un sistema politico completamente autoreferenziale – continua a manifestare una straordinaria vitalità. I soggetti che lo costituiscono – famiglie, associazioni, piccole imprese,cooperative, territori – sono le ali che continuano a far volare il calabrone Italia. Ma, come la storia ci insegna, tutto questo non basta. Lasciati soli, questi mondi sono destinati a deperire di fronte alla potenze che si sprigionano nell’epoca della globalizzazione. Ecco perché lo sforzo deve essere quello di trovare le vie per ri-editare questa nostra specificità, in modi adeguati ai tempi. Cioè agli standard e alle richieste del mondo globalizzato.
Per far questo occorre una grande stagione di riforme istituzionali, nazionali e locali, la cui ambizione sia quella di potenziare il modello italiano. Il che significa: alleggerire l’invadenza dello stato non per privatizzare ma per socializzare; creare strumenti e processi utili per accompagnare i nostri territori all’interno delle reti, dei circuiti, dei mondi globali, che sono quelli dove oggi la ricchezza – economica, culturale, umana -  viene allocata. Serenamente ma anche orgogliosamente convinti che l’Italia ha nel suo DNA qualcosa che solo da qui, da questa terra, da questa tradizione può essere detto. Ed e’ un possibile punto distintivo del modello europeo.
In questo modello, la generalizzazione viene dunque bottom-up, dal basso e dall'esperienza, a partire dal rapporto storico con la pluralità e l'alterità, nella prospettiva di un umanesimo integrale trascendente:  che non è un ossimoro, ma la declinazione antropologica di un monismo che rifiuta sia le contrapposizioni che i riduzionismi. 
È in questa radice, più che nell'universalismo astratto delle procedure che ha paura di legarsi a dei contenuti per timore di perdere in autonomia, che la valorizzazione della nostra identità può trovare alimento, neutralizzando nel contempo le derive particolaristiche che sempre stanno in agguato.
La “sapienza dei luoghi” (il genius loci) e la sapienza delle pratiche vanno in questa direzione. La testimonianza, la forza dell’esempio anche. In tutti questi casi c’è una “forza” universale e universalizzante (una verità, una tradizione, una tensione etica) che può esistere e continuamente rigenerare il presente, solo se si incarna in una forma che, consapevole del proprio limite, è però l’unico modo di far esistere l’universale. Nella serena consapevolezza che, senza  questa tensione, l’universale resta astratto, dogmatico, violento e il particolare resta chiuso, rattrappito, difensivo e ottuso.
L’Italia è ricchissima di esempi di questa universalità incarnata. Lo sanno i turisti stranieri, che trovano qui qualcosa di assolutamente unico, che non incontrano altrove. Nell’arte, nell’urbanistica, ma anche nella qualità di certe forme di vita, fino alla tradizioni culinarie, spesso sviluppate a partire da situazioni di penuria, ma capaci di realizzare qualcosa di valore.
Anzi, una delle caratteristiche del genio italico è forse proprio la capacità di rovesciare il limite in una risorsa, lo scacco in uno stimolo, attingendo da forze che eccedono la situazione, per superarne i limiti in modo generativo.
Per l'Italia è l'occasione imperdibile per avviare una grande stagione di innovazione istituzionale  centrata sui  beni di comunità  che fanno parte del DNA più profondo del nostro paese. Beni di comunità  intesi come nuove forme di governance partecipata a base territoriale che non solo costituiscano una terza via tra statalismo e mercatismo, ma che anche  aprano spazi concreti e realistici di esercizio concreto di corresponsabilità democratica. Seguendo questa linea, l'innovazione istituzionale, soprattutto in tema di  welfare, potrebbe aiutare a  sfuggire alla morsa tra lo stringente vincolo finanziario e la  mera rivendicazione di diritti  che si scaricano poi sul bilancio pubblico. La sfida che abbiamo davanti riguarda, dunque, il governo e la produzione dei beni di comunità intesi come  punti di mediazione tra la partecipazione, il bisogno, e la realizzazione di sé.
Sottolineiamo solo di sfuggita che e’ proprio da queste innovazione che si puo’ contribuire ad affrontare strutturalmente il tema dell’occupazione.
La crisi finanziaria può costituire l'occasione per l'avvio di ambiziosi programmi di riforma tesi a stimolare e  rafforzare le  risorse  sociali presenti  - mediante la riorganizzazione dei flussi finanziari prodotti dalle famiglie attraverso i risparmi, che ancora oggi si disperdono all'interno del mercato finanziario senza lasciare traccia sulla comunità e  la valorizzazione delle relazioni e dei legami esistenti, non più considerati come una riserva da spremere per comprimere il costo dei sevizi istituzionalizzati, quanto invece come un’infrastruttura informale preziosa per plasmare, contenere e soddisfare la domanda. In questo modo, si individua una strada sia per contrastare quel senso di demoralizzazione che attraversa le società avanzate, sia per avviare significativi processi di innovazione organizzativa e finanziaria. L'obiettivo è quello di fare in modo che questi beni di comunità siano contemporaneamente produttori e distributori di valore dove nella parola valore si tengono connessi la moneta, il servizio, i legami e i significati.
Ciò comporta anche rivisitare la questione dei meccanismi di composizione del risparmio privato e delle forme di assicurazione. Come é noto, nell'era keynesiana, la protezione sociale è stata delegata allo stato che, mediante la tassazione, rastrellava le risorse poi redistribuite attraverso trasferimenti e servizi. Negli ultimi decenni, invece, un ruolo crescente è stato attribuito al mercato, in base al principio di responsabilità e allo scambio tra domanda e offerta, caricando sul singolo individuo il compito di provvedere alla propria protezione. Sono noti pregi e limiti di questi due modelli. Quello che interessa sottolineare è che, per fare un passo in avanti, occorre andare al di là di questa dicotomia, verso la costruzione di un modello a tre pilastri, dove coesistono sistema pubblico, privato e civile.

Per superare l'impasse in cui si trova il sistema di welfare prigioniero della dicotomia “lib-lab”, occorre allora  sviluppare  la gamba “civile”. Non si tratta di negare il  ruolo dello stato, improntato alla logica dell'universalismo. Tuttavia, non si può non riconoscere che la crisi rende più difficile pensare di limitarsi a difendere questa sfera, sia per problemi interni - legati ai livelli di efficienza - sia per problemi esterni - quelli sopra ricordati in relazione allo sbilanciamento tra democrazia e sistema tecnico, problemi che mettono in discussione proprio la capacità dello stato di  farsi garante dell'universalismo. D'altra parte, l'erosione morale e istituzionale tipica delle democrazie avanzate  amplia la quota di bisogni non coperti dal welfare, soprattutto presso i ceti medi e medio-bassi. Secondo il  senso comune affermatosi negli ultimi decenni, la soluzione andrebbe  cercata in qualche forma di privatizzazione; soluzione che, per sua stessa natura, se spinta troppo oltre, si oppone alla logica del welfare, teso ad intervenire in rapporto alla fragilità. Nè, d'altra parte, si può essere sufficiente  l'idea di terzo settore così come si è andato formando negli ultimi due decenni (almeno nel modello italiano): prestatore  di servizi a basso costo per conto dello stato.
La strada innovativa da percorrere va, piuttosto, nella direzione della creazione di forme nuove di alleanza e mutualità, a livello locale, capaci di  sfruttare le pressioni oggi esistenti verso una riorganizzazione del sistema di protezione  nella direzione di un rilancio della capacità di ri-tessitura dei legami sociali diffusi. Un tale obiettivo può essere raggiunto lavorando  dal lato dell'aggregazione  tanto della domanda quanto dell'offerta: sul primo versante,  contrastando attivamente la privatizzazione della  protezione -  tendenza che finisce per rendere impossibile l'obiettivo che si prefigge, dato che radicalizza l'individualizzazione in un campo che presuppone socialità - favorendo l'aggregazione nelle forme e nei modi possibili; sul secondo versante,  sollecitando nuove forme di  ricomposizione del risparmio e dell'assicurazione - secondo uno schema neo-mutualista - che permetta di creare le condizioni, anche economiche, per l'ampliamento  di uno spazio interstiziale tra lo stato (basato sulla tassazione) e il mercato (basato sul prezzo)  all'interno del quale l'economia civile possa davvero prosperare.
Se ripensati secondo queste due prospettive, i beni di comunità possono  trasformarsi da fattore di conservazione, freno alla crescita, in  una delle leve strategiche per l’innovazione sociale, un ambito decisivo per la  produzione di nuovo valore, luogo di uno scambio positivo tra l'individuo e il suo contesto sociale, snodo del patto sociale intergenerazionale.
Tale prospettiva presuppone, in ogni caso, l’attenzione a garantire contemporaneamente  l’accessibilità di un bene (sia esso di cura, educativo ,abitativo, ambientale, culturale,…) e la sua sostenibilità, attraverso la declinazione di una prospettiva che superi la dicotomia tra pubblico e privato, porti a valore  rendite patrimoniali e risorse intangibili quali la reputazione e il volontariato, unisca ciò che abitualmente è separato. Ciò significa in altri termini creare istituzioni nuove, capaci di ristabilire attenzioni antiche quali la mutualità e la solidarietà e al contempo in grado di tenere insieme ‘monetà, prestazioni e legami sociali.
Per raggiungere quanto auspicato si tratterà di declinare strategie, plasmare luoghi e forme sociali, promuovere azioni in cui alcune mediazioni vengano fatte da soggetti aggreganti capaci di rilanciare una dimensione pubblica territoriale.
L’orizzonte che si intravede porta ad assumere i beni di comunità quale paradigma per ‘fare nuove tutte le cose’, con autentico spirito innovatore capace di leggere e vivere la modernità, con la consapevolezza che siamo all’interno di una fase istituente e non solo di riforma o di aggiustamento.