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sabato 28 marzo 2015

CO-HOUSING SOCIALE: UNA COMUNITA' CHE CURA



Da circa un anno e mezzo a Milano c’e un nuovo complesso abitativo, composto da più di 120 unità: si chiama Cenni di Cambiamento, in zona via Novara. Poco più ad ovest, continuando sulla via Novara, si incontra Figino, un quartiere di Milano che mantiene ancora caratteristiche da piccolo paesino. Lì, tra pochi mesi, verrà inaugurato un nuovo intervento di housing sociale, sulla falsa riga del modello Cenni, denominato Borgo Sostenibile e composto da più di 300 alloggi.
Questi due importanti progetti di Social Housing sono il frutto dell’incontro tra soggetti pubblici e privati: Comune di Milano, Fondo Immobiliare di Lombardia, FHS, Fondazione Cariplo, Dar=Casa/Cooperativa Degradi, che ha generato un sistema di “mixed development” dove l’incontro tra la varietà di bisogni legati allo spazio abitativo ha fatto da motore in grado di produrre opportunità.
Analizzando l’esperienza di “Cenni”, notiamo che il sistema è stato facilitato da azioni ed interventi specifici, che hanno avuto la funzione di creare le condizioni perché nascessero relazioni che, partendo dai presupposti dell’housing sociale, si estendesse fino a diventare tipiche del co-housing: l’esistenza di spazi comuni, i percorsi di conoscenza tra gli abitanti prima della consegna degli alloggi, la presenza di organizzazioni no profit, un mix di contratti di affitto e patti di futura vendita, la diversa composizione dei nuclei familiari.
In questo articolato e creativo contesto abitativo – relazionale si è avviato, a ottobre 2014, il progetto di Arimo, legato al servizio di appartamenti educativi “Chiavi di Casa”, dedicato ai neo maggiorenni seguiti dai servizi sociali. Questa tipologia di dispositivo educativo ha la caratteristica di essere uno luogo di mezzo tra la comunità di accoglienza, caratterizzate da un tasso di protezione, controllo e presenza educativa molto elevato, e il mondo della realtà, privo ovviamente di tutele, monitoraggi e sostegni adulti. Il contesto di co-housing rappresenta “magicamente” quel luogo capace di tenere in equilibrio artificialità e autenticità. L’artificialità tipica e fondamentale di ogni intervento educativo, con l’autenticità necessaria perché ogni intervento educativo diventi efficace e replicabile. La presenza di condomini spontaneamente portati all’incontro con l’altro, e connessi con Arimo attraverso un lavoro di “regia” relazionale svolto dagli operatori, facilita in modo quasi invisibile il contatto con gli ospiti, lasciato sempre però alla singola iniziativa.
Questo sistema complesso e articolato, ma al tempo stesso estremamente naturale e immediato, genera opportunità e circostanze di incontro e aiuto reciproco, che mai potrebbero verificarsi in un qualsiasi condominio, soprattutto pensando a giovani ragazzi, poco inclini alla fiducia verso gli estranei e caratterizzati da cautela nell’avvicinarsi all’altro.
Andare in corte la sera a giocare a ping-pong; chiedere una pentola o del riso al vicino di pianerottolo; cercare via Facebook un aerosol in prestito e trovarlo da Carmen, senza neanche sapere chi è; fare i compiti con Riccardo o andare a cena da Marta, Luca e le loro figlie; fare volontariato al piano di sotto dove vivono persone con difficoltà motorie, sono solo alcune delle possibilità a portata di mano degli ospiti di Arimo (e di tutti gli abitanti di Cenni). E sono occasioni preziose, uniche, irrinunciabili per occuparsi in modo silenzioso e nascosto delle ferite provocate da un passato di incontri con una realtà violenta, maltrattante, invadente.
Una cura che passa da uno sguardo semplice, bendisposto, inclusivo, che ha l’impagabile valore di non essere viziato da un sapere professionale, ma di rappresentare lo sguardo di un mondo possibile, esistente, reale. Non frutto di un curriculum di chi “sa come si fa”, ma di competenze naturali di chi “sa essere”. Facilitata dall’appartenenza ad un territorio comune e da un vicinato che combatte solitudine e anonimato, quest’esperienza di incontro con l’altro, se diventa apprendimento, si trasforma in competenza trasferibile ad ogni “altro” ovunque lo si trovi nel mondo. Un mondo che non produce più il danno ma la cura. Naturalmente, spontaneamente, senza titolo professionale.
In un contesto di abitare così pensato, e già sperimentato a Cenni di Cambiamento, Arimo ha deciso di rilanciare la sua sfida di apertura al territorio con un nuovo progetto di residenze educative. Questa volta non solo dedicato ai neo maggiorenni ma anche ai suoi ospiti minorenni, così da anticipare quei movimenti di contatto con un contesto collaborativo, capace di ristrutturare esperienze distruttive e deteriorate. Con il progetto Borgo Sostenibile parte una nuova avventura dove il professionista della cura cede spazi di intervento a favore del cittadino consapevole, non abbandonando la scena educativa ma arricchendola di nuovi attori e immaginando azioni di invisibile regia che “apparecchino le circostanze” per nuove prospettive di crescita nel mondo.

Testi di

giovedì 26 marzo 2015

ECOVILLAGGI CHE PASSIONE, SUCCESSO PER LA RETE ITALIANA



L'associazione Rive, che riunisce le esperienze di abitare sostenibile ed ecologico, in meno di vent'anni ha quintuplicato il numero dei villaggi aderenti. E sostiene anche esperienze di co-housing sociale. Ecco la mappa italiana
Una nuova presidente e una più massiccia presenza sui social network: così si espande in Italia la rete degli eco villaggi, luoghi dove sempre più persone scelgono di vivere per seguire i principi della sostenibilità, del consumo responsabile e soprattutto della condivisione. Sono decine le realtà di questo tipo attive in Italia (nella mappa di Google ne vengono censiti 89), e e circa un quarto di loro aderisce all’Associazione RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici) - un coordinamento di comunità, ecovillaggi e singole persone interessate ad esperienze di vita comunitaria – che raccoglie esperienze molto diverse tra loro e che dopo molti anni di presidenza di Mimmo Tringale, direttore della rivista AMM Terra Nuova, è ora guidata da Francesca Guidotti.
Un sodalizio che ha visto una crescita notevole dal 1996, quando sorse grazie all’impegno di sole quattro realtà di eco villaggio (Torre Superiore, Comune di Bagnaia, Damanhur e Popolo degli Elfi) mentre oggi annovera 23 esperienze, soprattutto nel Centro Nord; scelte molto differenti tra loro, alcune con un taglio politico molto marcato, altre che si basano su una profonda spiritualità, ma unite dalla volontà di condivisione di una scelta mirata ad andare oltre il “vivere” tradizionalmente inteso. Ma guai a pensare che questi luoghi siano riservati a nostalgici fricchettoni o, nella migliore delle ipotesi, a ingenui sognatori.  «Non ci si può approcciare al tema dell’ecovillaggio in maniera semplicistica», chiarisce Francesca Guidotti, presidente della Rive. «Trovare quello adatto a se stessi è come trovare un “luogo dell’anima”, bisogna prima di tutto visitarlo e poi viverlo il tempo necessario per capire qual è lo stile di vita e se si conforma alla nostra personalità».
E chi non se la sente di mollare tutto e abitare in case di legno senza elettricità, troverà anche altre soluzioni meno drastiche: RIVE supporta infatti anche altre forme di abitare sostenibile, come l’Associazione culturale Senape che sta lavorando alla proposta di un progetto di recupero e ristrutturazione delle ex caserme del comune di Imperia per uso pubblico e sociale, o le varie esperienze di cohousing sociale, una forma particolare di vicinato dove viene preservata la privacy degli spazi abitativi ma vengono condivisi molti spazi relativi ai servizi comuni.
È una scelta – si legge nel sito ItaliaCheCambia - che permette di superare «l’isolamento tipico dei condomini rispondendo ad una serie di questioni pratiche del vivere con una sorta di “welfare” personalizzato, ma è una struttura molto diversa rispetto a quella degli eco villaggi». La prima esperienza di cohousing è sorta nel 1972 in Danimarca, negli anni successivi si è propagata nei vicini stati scandinavi e negli anni ’80 gli enti pubblici hanno riconosciuto questa esperienza a livello ufficiale. Oggi si contano migliaia di esperienze in tutto il mondo e anche in Italia sono registrate nella rete otto realtà, di cui due in grandi città come Torino e Milano.
Nella foto: alcuni abitanti dell'Ecovillaggio Torri Superiore, presso Ventimiglia



sabato 21 marzo 2015

GENERAZIONE MILLE EURO - FUTURO IN CASA PROPRIA O PARCHEGGIO PER ANZIANI?



Oggi giovani precari, domani anziani poveri: il 65% andrà in pensione con meno di mille euro
La «generazione mille euro» avrà ancora meno a fine carriera. Con pensioni molto basse, in caso di non autosufficienza chi pagherà le badanti per tutti? Il futuro grigio dei giovani in un Paese che invecchia
Padova, 13 febbraio 2015 - La «generazione mille euro» avrà ancora meno a fine carriera. Oggi il 40% dei lavoratori dipendenti di 25-34 anni ha una retribuzione netta media mensile fino a mille euro. E in molti si troveranno ad avere dalla pensione un reddito più basso di quello che avevano a inizio carriera. L'invecchiamento della popolazione e le riforme pensionistiche rendono più complesso il quadro delle variabili che incidono sulla longevità, per cui il Censis e la Fondazione Generali hanno avviato un percorso di ricerca sul welfare di domani. Il Censis stima che il 65% dei giovani occupati dipendenti 25-34enni di oggi avrà una pensione sotto i mille euro, pur con avanzamenti di carriera medi assimilabili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti, considerando l'abbassamento dei tassi di sostituzione. E la previsione riguarda i più «fortunati», cioè i 3,4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard. Poi ci sono 890.000 giovani 25-34enni autonomi o con contratti di collaborazione e quasi 2,3 milioni di Neet, che non studiano né lavorano. Se continua così, i giovani precari di oggi diventeranno gli anziani poveri di domani. È quanto emerge dalla ricerca realizzata dal Censis in collaborazione con Fondazione Generali.
Il regime contributivo puro cozza con la reale condizione dei millennials. Il 53% dei millennials (i giovani di 18-34 anni) pensa che la loro pensione arriverà al massimo al 50% del reddito da lavoro. La loro pensione dipenderà dalla capacità che avranno di versare contributi presto e con continuità. Ma il 61% dei millennials ha avuto finora una contribuzione pensionistica intermittente, perché sono rimasti spesso senza lavoro o perché hanno lavorato in nero. Per avere pensioni migliori, l'unica soluzione è lavorare fino ad età avanzata, allo sfinimento. Ma il mercato del lavoro lo consentirà? Intanto l'occupazione dei giovani è crollata. Siamo passati dal 69,8% di giovani di 25-34 anni occupati nel 2004, pari a 6 milioni, al 59,1% nel 2014 (primi tre trimestri), pari a 4,2 milioni. In dieci anni, ci sono stati 1,8 milioni di occupati in meno tra i giovani, con un crollo di 10,7 punti percentuali. Una perdita di occupazione giovanile che, tradotta in costo sociale, è stata pari a 120 miliardi di euro, cioè un valore pari al Pil di tre Paesi europei come Lussemburgo, Croazia e Lituania mesi insieme.
A far paura non è l'invecchiamento, ma il rischio di perdere l'autonomia. Solo il 35% degli italiani ha paura di invecchiare: il 15% combatte gli effetti dell'invecchiamento e il 20% si rassegna. Il 65% invece non teme l'invecchiamento: perché lo considera un fatto naturale (53%) o perché pensa che invecchiando si migliora (12%). A far paura è la perdita di autonomia. Pensando alla propria vecchiaia, il 43% degli italiani giovani e adulti teme l'insorgere di malattie, il 41% la non autosufficienza. E il 54% degli anziani fa coincedere la soglia di accesso alla vecchiaia proprio con la perdita dell'autosufficienza, il 29% con la morte del coniuge e il 24% con il pensionamento. La fragilità legata all'invecchiamento terrorizza i giovani. Pensando a quando saranno anziani e bisognosi di cure, il 32% di giovani e adulti si preoccupa perché non sa bene che cosa accadrà, il 22% è incerto e disorientato, e solo il 16% si sente tranquillo, perché si sta preparando a quel momento con risparmi e polizze assicurative, o semplicemente conta sul supporto della propria famiglia.
Badanti ok oggi, ma domani? In casa propria, accuditi dai familiari o da una badante: è questo oggi il modello di assistenza agli anziani non autosufficienti. Le badanti sono più di 700.000 (di cui 361.500 regolarmente registrate presso l'Inps con almeno un contributo versato nell'anno) e costano 9 miliardi di euro all'anno alle famiglie. Finora il modello ha funzionato, per il futuro però potrebbe non essere più un servizio low cost. Sono 120.000 le persone non autosufficienti che hanno dovuto rinunciare alla badante per ragioni economiche. Il 78% degli italiani pensa che sta crescendo la pressione delle badanti per avere stipendi più alti e maggiori tutele, con un conseguente rialzo dei costi a carico delle famiglie. Per tanti l'impegno economico diventa insostenibile: 333.000 famiglie hanno utilizzato tutti i risparmi per pagare l'assistenza a un anziano non autosufficiente, 190.000 famiglie hanno dovuto vendere l'abitazione (spesso la nuda proprietà) per trovare le risorse necessarie, 152.000 famiglie si sono indebitate per pagare l'assistenza. E sono oltre 909.000 le reti familiari che si «autotassano» per pagare l'assistenza del familiare non autosufficiente. E anche quando si ricorre alla badante, l'85% degli italiani sottolinea che è comunque necessario un massiccio impegno dei familiari per coprire giorni di riposo, festivi, ferie, ecc.
Quando la casa diventa una trappola per gli anziani. Sono 2,5 milioni gli anziani che vivono in abitazioni non adeguate alle loro condizioni di ridotta mobilità e che avrebbero bisogno di interventi per essere trasformate. E sono 1,1 milioni quelli che vivono in case inadeguate ma non adattabili alle esigenze di una persona anziana con problemi di mobilità. In questi casi rimanere in casa può diventare un boomerang.
Le residenze per anziani? Purché non siano parcheggi per vecchi. Oggi le residenze per anziani (case di riposo e simili) non piacciono agli italiani. Sono ospiti di strutture residenziali 200.000 anziani non autosufficienti, mentre 2,5 milioni vivono in famiglia, in casa propria o di parenti. Le residenze per anziani oggi non hanno appeal perché sono solo parcheggi per vecchi che provocano malinconia. Ma 4,7 milioni di anziani sarebbero favorevoli ad andare in residenze se la loro qualità migliorasse. Il 55% di loro pensa che una buona residenza per anziani deve garantire l'accesso rapido alle cure sanitarie e infermieristiche in caso di bisogno, per il 36% deve mostrare una sensibilità speciale per il lato umano degli ospiti, per il 27% deve favorire l'apertura verso l'esterno con attività alle quali possono accedere anche persone da fuori, per il 23% deve disporre di spazi comuni in cui realizzare attività ricreative che incoraggino le relazioni tra gli ospiti. In Italia esistono esempi virtuosi di residenzialità per longevi, tra cui il Civitas Vitae della Fondazione Opera Immacolata Concezione di Padova, prima infrastruttura di coesione sociale in Italia fatta di strutture e servizi intergenerazionali, piena apertura al territorio con accesso ai suoi servizi per tutti i cittadini, impegno di longevi attivi, intenso uso di nuove tecnologie Ict.
Questi sono i principali risultati della ricerca «L'eccellenza sostenibile nel nuovo welfare. Modelli di risposta top standard ai bisogni delle persone non autosufficienti», realizzata dal Censis in collaborazione con Fondazione Generali, che è stata presentata oggi a Padova da Francesco Maietta, Responsabile del settore Politiche sociali del Censis, e discussa da mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, Angelo Ferro, Presidente della Fondazione Opera Immacolata Concezione, Marco Imperiale, Direttore Generale della Fondazione con il Sud, Mario Strola, Segretario Generale della Fondazione Ferrero, Luca De Dominicis, Head Savings and Pensions Global Life di Assicurazioni Generali, e Giuseppe De Rita, Presidente del Censis.

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